Convegno don Natale Bussi “Testimone per una Chiesa in dialogo”

ALBA Nella Casa diocesana di Altavilla, domenica 29 aprile, si è tenuto il convegno su “Don Natale Bussi. Testimone per una Chiesa in dialogo”, importante tappa per la valorizzazione e la riscoperta del grande teologo albese, a trent’anni dalla sua morte.

Introducendo i lavori, monsignor Marco Brunetti, ha ribadito la necessità di farci tramite perché figure così grandi della Chiesa locale possano essere conosciute dalle nuove generazioni. E in tal senso va vista la ristampa della sua opera principale Il mistero cristiano (San Paolo).

A coordinare i lavori del pomeriggio di studio è stato Piero Reggio, direttore dell’Ufficio per la pastorale sociale e il lavoro, che ha tenuto a sottolineare il cristocentrismo del sacerdote albese: don Bussi non era soltanto un intellettuale, ma uno che metteva Cristo al centro di tutto. E come tale ha saputo essere educatore di intere generazioni di sacerdoti e della classe dirigente albesi.

Interessante è il quadro storico tracciato da Marta Margotti dell’Università di Torino, che ha sintetizzato un secolo di cattolicesimo italiano a partire dalla crisi modernista e dall’Indice d’inizio Novecento, passando per il Partito popolare di Sturzo, i Patti lateranensi, il fascismo e i cattolici protagonisti nel dopoguerra, De Gasperi e Paolo VI, i teologi condannati e il Concilio, le spinte rivoluzionarie e il tradizionalismo di Lefevre, il ’68  e i nuovi movimenti ecclesiali. In tutte queste vicende spicca l’opera teologica di don Bussi, attenta al personalismo di Mounier e Maritain, tesa a  recepire le istanze pastorali e la riforma liturgica del Concilio.

Alla struttura del volume Il mistero cristiano si è ispirato Battista Galvagno, del liceo Govone, per tracciare il profilo di colui che è stato suo professore in Seminario e insieme pensatore originale dalle aperture profetiche. Sulla scia dei ricordi personali Galvagno ha così riletto il Bussi, uomo del dialogo, innamorato di Cristo, impegnato nella storia, uomo di comunione che ha individuato nell’amore il cuore del mistero cristiano, con un occhio al compimento escatologico.

Galvagno non ha esitato a rilevare i punti critici in cui ci dibattiamo, di fronte al postmoderno: mentre Bussi apriva le porte della Chiesa al nuovo che avanzava, non si è reso conto delle mura che crollavano. Di qui la domanda su come Bussi possa diventare guida per la nostra Chiesa in uscita, così come la vuole papa Francesco e come è tracciata nella lettera pastorale Gesù cammina con noi del vescovo Brunetti, individuando le sei strade necessarie per il cammino della Chiesa albese: la strada del dialogo, del Cristo, della santità, della comunità, dell’agape, della speranza. L’intero testo della relazione è sul sito diocesano (www.alba.chiesacattolica.it).

Don Paolo Doglio ha riletto alcune testimonianze fissate nel suo libretto Don Natale Bussi formatore di cristiani testimoni (reperibile anche il libreria San Paolo ad Alba), sottolineando l’impegno di Bussi insieme al cardinale Pellegrino per far passare tra sacerdoti e laici i contenuti del Concilio, la sua capacità di formatore di laici, l’attenzione ai poveri.

Infine, Piero Reggio ha annunciato la creazione di un centro di documentazione su don Bussi, curato da Marta Margotti, per raccogliere immagini, scritti e qualsiasi materiale che possa aiutare a mantenere viva la memoria e gli insegnamenti di don Bussi. Per cui si invita chiunque sia in possesso di documenti a farlo presente in Curia.

Pubblichiamo in allegato la relazione tenuta da Battista Galvagno e due articoli di don Natale Bussi, apparsi su Gazzetta d’Alba nel 1938, sul tema del razzismo.

Don Bussi ieri e oggi

Il mio ricordo di don Bussi

Ho conosciuto don Bussi nel 1962, quando, entrato in Seminario, in prima media, ho incontrato la figura austera e maestosa del Rettore. Incuteva rispetto già solo per la statura e per i misteriosi occhiali scuri. Per fortuna, noi avevano a che fare con il Vicerettore, don Boero, che almeno sul piano della statura era più alla nostra portata! I nostri rapporti con il Rettore erano radi: a fine trimestre veniva in studio a “leggere” i voti trimestrali; spesso lo vedevamo passeggiare, dopo pranzo, dietro le vetrate del primo piano; qualche volta si affacciava ad una finestra per guardare noi intenti a giocare nel cortile. Ogni tanto compariva a sorpresa in refettorio, mentre eravamo a tavola: si informava del cibo, si avvicinava alla cesta del pane per verificare che non fosse vuota: ricordando che lui, da seminarista, aveva sofferto la fame, si sincerava che noi avessimo cibo a sufficienza. Giunto in Teologia, ho seguito il primo corso con don Bussi nel 1970 e tre anni dopo, nel 1973 ho seguito l’ultimo corso di Dogmatica nel Seminario di Alba, prima del trasferimento dei corsi a Fossano.

 

Doglio

 

Proverò dunque a tracciare un ritratto del don Bussi che ho conosciuto io, esplicitando il metodo che ho seguito. Sappiamo che ci sono due modi di fare storia, di ricordare una persona che non c’è più. Il primo modo è fare ricerche accurate, cercando e leggendo testi, interrogando testimoni. È il progetto avviato a livello diocesano.

Ma c’è un secondo modo di fare storia, quello scelto da Giovanni, per scrivere il quarto vangelo: mettere da parte la preoccupazione di dire tutto e lasciar affiorare dalla memoria gli eventi più significativi, quelli essenziali a tratteggiare il personaggio, tentando di ri-comprenderli nel presente, alla luce del tempo ormai trascorso. È il metodo che ho scelto io.

In questo lavoro mi sono lasciato guidare da una pagina dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco – il n. 236, in cui egli esplicita la sua visione filosofica dell’uomo, “l’umanesimo poliedrico” – una pagina in impressionante sintonia con l’idea-chiave della sintesi teologica di don Bussi, esplicitata nel Mistero Cristiano: anche il mistero cristiano è, secondo lui, una realtà poliedrica, tanto che può essere colto dalle famose sei strutture. Queste sei strutture – come ci ha spiegato tante volte – sono sei modi diversi di dire la stessa realtà, il Mistero Cristiano. Ma sono anche sei prospettive da cui guardare il mistero di una persona, come cercherò di fare con lo stesso don Bussi e sei modi di delineare il cammino della Chiesa.

Premessa: la filosofia di don Bussi. Io l’ho conosciuta solo di riflesso, perché non ho mai avuto don Bussi come professore di Filosofia. È bastato don Lisa a farmi appassionare alla materia! La teologia di don Bussi poggiava però su una solida base filosofica: la filosofia di San Tommaso letta in chiave personalistica. Tutto muove dal realismo gnoseologico, che, tradotto in termini molto semplici, al limite della banalizzazione, significa che la mente umana può conoscere la realtà, che le parole possono “dire” questa realtà conosciuta: “Verba significant rem”! Il compito dell’uomo è conoscere una realtà altra da sé, è cercare di arrivare alla “res”. Quante volte don Bussi ha pronunciato la parola “res”. Il fine ultimo dello studio è scoprire la “res”. Anche nella vita, di fronte a un problema o una questione bisogna prendere posizione, bisogna correre il rischio di fare affermazioni chiare e nette. Chi ha studiato, chi parla in pubblico, ha il dovere di farsi capire. E don Bussi si faceva capire, a volte fin troppo! Proviamo a raccogliere questa sfida.

 

  1. La personalità di don Bussi alla luce del Mistero Cristiano

Struttura dialogico-relazionale – Don Bussi, uomo in dialogo.

  Don Bussi, in coerenza con la sua concezione della persona come “relatio subsitens” è stato un uomo di relazioni e di apertura in un tempo in cui la Chiesa era tutta arroccata in difesa, per paura della cultura moderna: era il tempo in cui esisteva ancora l’obbligo del giuramento antimodernista per chi doveva insegnare in un seminario o in una scuola di teologia, il tempo in cui per un fondato sospetto di modernismo si rischiava la sospensione a divinis. In un contesto del genere, don Bussi dialogava in modo aperto con agnostici del calibro del professor Chiodi, viveva la sua profonda amicizia con Beppe Fenoglio, meritandosi tra l’altro un richiamo da Roma per la partecipazione, con un intervento pubblico, al suo funerale civile!

Ma le relazioni fondamentali sono state quelle veicolate dalle sue lezioni o conferenze: erano le circostanze in cui dava il meglio. Saliva in cattedra con il passo del maestro, talmente sicuro del percorso da compiere, da trasmettere fiducia e incoraggiarci a seguirlo nelle sue lezioni incalzanti, con un susseguirsi di argomentazioni, in un confronto serrato e continuo con la grande teologia europea, facendoci respirare l’aria di Lovanio o della Sorbona, o dialogare con Barth, Rahner, Balthasar. Arrivava alla cattedra generalmente con una pila di libri e spesso riusciva ad indurci a prendere in mano uno di quei testi poderosi di teologia. E quando provavi a leggerlo scoprivi, dalle sottolineature pesanti e dai commenti a margine, scritti a matita in grossi caratteri, che lui li aveva già letti, tutti! Sapere che qualcuno aveva camminato prima di te su quegli impervi sentieri era una rassicurazione, una spinta a proseguire la lettura. Questa è la relazione formativa tra maestro e allievi, la relazione che fa crescere un giovane dal punto di vista culturale e personale.

Battista Galvagno

 

Struttura Cristica – Don Bussi, innamorato di Cristo.

Gesù Cristo, l’Uomo-Dio era per lui il cuore, la “res” del Cristianesimo. Arrivare all’incontro personale con Cristo era il fine non solo della ricerca teologica, ma della vita. Comprendiamo quindi il suo entusiasmo per la teologia fortemente cristocentrica di Karl Barth: aspettava con impazienza l’uscita di ogni nuovo volume della Dogmatik e lo leggeva immediatamente in tedesco – lingua che padroneggiava! – per poi proporre a noi la traduzione in francese.

Il suo approccio era mistico-teologico: Cristo per lui era una persona viva, con cui rapportarsi, a cui ancorare la propria vita. Erano gli anni in cui nelle facoltà teologiche europee imperversava il metodo storico-critico di analisi del Nuovo Testamento, in cui la Form-geschichte di Bultmann sembrava la nuova frontiera della teologia biblica. Sovente non era d’accordo con alcune posizioni estremiste e allora arrivavano quegli strali polemici che rendevano appassionanti e divertenti le sue lezioni: “Questa è chimica della teologia”, “Ridurre una persona alle sue componenti chimiche è ucciderla”!

Un approccio teologico a Gesù Cristo implica certo una premessa biblica, ma poi deve tendere alla conoscenza teologico personale e approdare alla mistica. In termini semplici: di fronte alla persona-Gesù è certo utile, anzi indispensabile conoscere la sua storia, l’ambiente in cui è vissuto, i testi antichi che ci parlano di lui, ma poi, aiutati dalla fede e dalla riflessione che si è snodata nei secoli nella Chiesa, bisogna andare alla res: provare a scoprire e a dire chi è questa persona? (Ecco la Teologia dogmatica). Poi chiedersi: quale rapporto posso avere con questa persona? (Ecco la mistica, vertice della preghiera). Dopo, ma solo dopo, la domanda: come seguirne i passi? (Ecco la morale). Don Bussi non sopportava né il nozionismo biblico fine a se stesso, che non portava a questo incontro tra persone né il moralismo: una lunga serie di precetti, utili più a colpevolizzare i fedeli, che a guidarli all’incontro entusiasmante con il Cristo.

 

Struttura soterica – Don Bussi e l’impegno nella storia.

Il mistero cristiano è un mistero di salvezza, ma la salvezza si gioca nella storia. La storia è stato il campo di azione prima di Cristo, poi dell’uomo. La vita di don Bussi si è ispirata alla logica dell’Incarnazione. Pur avendo vissuto la maggior parte del suo tempo in Seminario non è stato un eremita: ha vissuto in profondità i problemi del suo tempo, in ambito sia culturale che politico.

La sua prima, fondamentale forma di impegno, il primo modo di vivere i problemi del suo tempo – quello che proponeva a noi suoi studenti – era lo studio. Studiare era il modo di aprirsi al mondo e ai grandi problemi del tempo. Ci raccomandava di essere attenti al presente, non rincorrendo la cronaca, ma cercando il senso degli eventi. La logica era quella di Barth, “In una mano la Bibbia, nell’altra il giornale”, e tra i giornali consigliava, più che non i quotidiani, la lettura costante della Civiltà Cattolica, per una visione costantemente aggiornata ma anche riflessa e ponderata degli eventi.

In seminario poi, in quegli anni, si discuteva se la cosa più importante per un seminarista o un chierico fosse la vita di pietà o lo studio. Io ho sempre fatto il tifo per lo studio: era la mia grande passione, quella che mi aveva portato in seminario. Approdato in Teologia, ho cominciato a capire, proprio grazie a don Bussi, che le due cose non erano alternative, che studio e vita spirituale potevano, anzi dovevano armonizzarsi. Anni dopo, ho scoperto nelle parole di Edith Stein il segreto di quella sintesi tra studio e vita spirituale che avevo visto incarnata in don Bussi. La grande santa tedesca, martire ad Auschwitz, descrisse così il suo itinerario spirituale giovanile, segnato da anni di agnosticismo: “La mia preghiera era la ricerca della verità”.

Nel caso di don Bussi forse suona ancora meglio l’inversione dei termini: “La mia ricerca della verità era preghiera”, ossia comunione ininterrotta con Dio. Era questa la sua originalità. Perché originalità è andare in profondità, alla radice delle cose, alla “res”, e proprio grazie a questo lavoro paziente, arrivare ad intuire per primi quello che gli altri stanno ancora faticosamente cercando.

Non a caso, uno dei frutti dello studio è stato, per don Bussi, la capacità di leggere il presente. Purtroppo sono stati pochi, dentro e fuori la Chiesa a capire quanto stava accadendo e a mettere in guardia dai pericoli del Fascismo e del Nazismo, a prendere le distanze dall’Uomo della Provvidenza. Don Bussi è stato uno di questi. E non sarà solo un caso se in Europa, mentre schiere di intellettuali e filosofi, da Croce a Gentile, per non parlare di Heidegger facevano a gara nell’elogiare e sostenere Mussolini e Hitler, a mettere in guardia dai totalitarismi sono stati teologi e mistici del calibro di Dietrich Bonhoeffer (in una trasmissione radiofonica due giorni dopo l’ascesa al potere di Hitler!), Karl Barth (leader con Bonhoeffer della Chiesa confessante), Edith Stein (già monaca, con il nome di Santa Teresa Benedetta della Croce) e, qui da noi don Bussi, insieme al Vescovo Grassi e ai preti che egli menziona nel suo libro “La tortura di Alba e dell’Albese”. Chi, come i teologi e i mistici, è abituato a leggere la storia con gli occhi di Dio non solo non è un alienato, ma sa vedere la “res”, la realtà profonda, le cose che non compaiono in superficie, ma che segnano il corso della storia!

 

Struttura comunitaria – Per don Bussi, la “comunione” fu la chiave per capire la vita.

  Questa struttura del mistero cristiano era per don Bussi la chiave interpretativa sia della Chiesa, negli anni del Concilio Vaticano II, sia delle persone. A questo riguardo, vorrei condividere un ricordo vivissimo. La prima volta che ascoltai una omelia di don Bussi fu al funerale di don Bertoldi, il mio professore di Italiano e Latino per i tre anni della scuola media, morto in un incidente stradale, nell’auto uscita di strada per il manto stradale ghiacciato il 20 gennaio 1966. In quell’occasione don Bussi spiegò che don Bertoldi aveva realizzato in pienezza la sua vita vivendo una triplice “comunione”: con la famiglia, con il seminario e con gli scout. Mi colpì allora, studente di quarta ginnasio, non ancora avvezzo al linguaggio teologico, questo singolare uso del termine “comunione”, un termine che poi diventerà familiare nel corso di teologia.

Si diceva di don Bussi che, con questa concezione della Chiesa come “Mistero di comunione” (è il titolo di un suo libro) avesse anticipato il Concilio. Forse è vero; certo è stato uno dei primi – e dei pochi! – a capirlo a fondo e a cercare di divulgarlo con il suo tempestivo commento ai documenti conciliari. La Chiesa come comunione don Bussi non l’ha solo insegnata; l’ha amata e servita. È stato questo attaccamento alla Chiesa ad indurlo a privilegiare il lavoro nascosto e umile. Ricordiamo il bel ritratto tracciato da Mons. Piero Rossano, nel suo intervento in occasione dei funerali: «Si alzava alle cinque, si preparava alla Messa, diceva Messa alle suore del Seminario e poi studiava fino alle otto; e poi la scuola e poi lo studio… Due libertà si prese: un mese a Parigi, nel 1938, dai Domenicani, per studiare ed approfondire in loco la cultura francese ed un mese in Germania, a Bonn, dai Domenicani, l’anno seguente, per approfondire la cultura teologica tedesca; e poi sempre ad Alba: estate e inverno […] Avrebbe potuto fare carriera universitaria, accademica: gli avevano offerto posti – me ne aveva parlato, aggiungendo però: “Lavoriamo qui, per i sacerdoti: forse c’è anche più merito a stare all’oscuro”». Abitando in seminario quasi ininterrottamente, ha realizzato la sua comunione profonda con la Chiesa universale.

 

Struttura agapica. Il cuore del mistero cristiano per don Bussi fu l’amore.

Certo un amore adulto, “non a parole, ma con i fatti e in verità” (1 Gv 3,18). Don Bussi ci spiegava che questo era il cuore della teologia del primo Balthasar, che poi approderà alla teologia mistica di Gloria. Per spiegare che l’amore è la base di tutto, citò più volte una pagina del libro di Balthasar, Solo l’amore è credibile, in cui si legge: “Quando la mamma per giorni e settimane intere ha sorriso al suo bambino, giunge il giorno in cui il bambino le risponde con un sorriso. Essa ha destato l’amore nel cuore del bambino e il bambino, svegliandosi all’amore, si sveglia alla conoscenza”. Tutto nasce da una relazione d’amore: la vita fisica, la crescita umana, la fede, la ricerca teologica, la mistica.

Questo era uno dei pochi punti di dissenso con Barth, colpevole, a causa della sua formazione luterana, di accentuare praticamente solo l’amore discendente di Dio per l’uomo.  Invece il cuore del Cristianesimo, la “res” è l’incontro tra i due amori, quello di Dio che scende dall’alto, e quello che sale dal basso, come risposta: l’amore dell’uomo, anticipato da Cristo. Se non si realizza questo incontro siamo in un generico mondo religioso, non nel Cristianesimo!

Ricordo ancora un intervento secco, al limite della provocazione, negli anni del post-Concilio, nel contesto di una discussione, in classe, sulla riforma liturgica: ci spiegò che ciò che conta, la “res” della liturgia, non è la lingua usata, non è la disposizione dell’altare, non sono i canti, ma sono la fede e l’amore. Se in una celebrazione bellissima e solenne nessuno fa un vero atto di fede nell’amore di Dio “se in quella chiesa non è avvenuto un incontro di amore, non c’è stata nessuna Messa!”.

 

Struttura escatologica – Lo sguardo in avanti di don Bussi.

Il mistero cristiano si è rivelato nella storia, ma avrà il suo compimento nell’eternità. Anche la costruzione della nostra identità comincia qui, ma non finisce qui. Come ricorda San Giovanni “quello che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3,2). Nelle lezioni sull’Escatologia, don Bussi ci insegnò che la comunione con Cristo che si realizza nel tempo autorizza a guardare con serenità e speranza “le cose ultime”, eventi di cui occorre accentuare la dimensione di mistero, relativizzando la prospettiva cosmologica della Bibbia: non possiamo più parlare di “luoghi”, parlando di Inferno, Purgatorio e Paradiso e, vivendo nel tempo, non abbiamo categorie mentali per rappresentarci l’eternità. È la comunione con Cristo che ci radica nel passato, ci fa vivere con pienezza il presente, tiene aperta per ognuno di noi la porta della speranza. Ma anche sul piano interpersonale sono i rapporti interpersonali a tenere viva la speranza.

Don Bussi fu uomo capace di guardare al futuro con speranza: sempre sul piano teologico, con qualche difficoltà sul terreno storico. Fu maestro di impegno e speranza finché l’età lo sorresse e le novità non diventarono una valanga travolgente. Abbiamo ricordato la sua lungimiranza e il suo coraggio, nell’aprire le porte della Chiesa al nuovo che avanzava. Non poté rendersi conto – ma non possiamo certo fargliene una colpa, perché sarebbe pretendere l’impossibile – della rapidità dei cambiamenti in atto. Purtroppo, mentre lui si adoperava per aprire le porte della casa – in questo caso del Seminario – le mura stavano crollando. Noi ce ne rendiamo conto oggi che la casa cristiana è in gran parte crollata, che il Seminario è crollato: non l’edificio, per fortuna, che resiste ben solido nelle sue fondamenta da quasi 500 anni, ma l’idea, lo stile di formazione, la proposta di vita che hanno segnato la vita di molti di noi – compreso chi vi parla! – di cui siamo e saremo grati al Signore.

Allora ricordare don Bussi a 30 anni dalla morte significa ripartire dal punto in cui lui si è fermato, prendere in mano il testimone che lui ha lasciato cadere a terra e continuare la corsa. Don Bussi, come abbiamo visto, si è relazionato in modo ottimale al mondo moderno, il mondo delle ideologie, delle grandi narrazioni. Quel mondo non c’è più! Noi dobbiamo rapportarci con il mondo post-moderno.

Per farlo, possiamo porci due domande:

  1. La teologia di don Bussi, in particolare il Mistero Cristiano può essere ancora una guida per gli odierni cercatori di Dio?
  2. La teologia di don Bussi, in particolare il Mistero Cristiano può essere una guida per la Chiesa in uscita?

 

  1. Il Mistero Cristiano come guida per i cercatori di Dio

La mia risposta alla prima domanda si trova nella prefazione alla nuova edizione del Mistero Cristiano. Ritengo che don Bussi abbia la statura teologica e l’autorevolezza spirituale per essere una guida anche per i cercatori di Dio del nostro tempo. Per coloro che hanno bisogno di…:

  • Qualcuno che abbia percorso fino in fondo quella strada, arrivando ad incontrare Dio e che possa farsi garante della bontà dell’itinerario scelto.
  • Qualcuno che insegni i fondamentali della ricerca e incoraggi a proseguire nel cammino.
  • Qualcuno che ad un certo punto si faccia da parte e inviti ad andare oltre. Natale Bussi, per sua scelta, non ha mai scritto volumi poderosi e Il Mistero Cristiano ne è la conferma. La sua preoccupazione non era dire tutto, ma quanto è essenziale per cominciare a camminare sulla strada della fede, nella consapevolezza che si tratta di una ricerca inesauribile

 

Il problema è chi Dio non lo cerca più, chi non capisce più il discorso su Dio o le parole di Dio! Ho l’impressione che noi cristiani, da una parte e tanti fratelli attorno a noi, magari anche all’interno delle nostre famiglie, ormai parliamo lingue diverse. Il linguaggio della fede è come il Piemontese per la maggioranza dei nostri giovani: capiscono alcune parole, ma non lo sanno più parlare e soprattutto non pensano più in piemontese! Anni fa, Armando Matteo ha scelto come titolo del suo libro sui giovani La prima generazione incredula. Subito molti, soprattutto giovani l’hanno contestato sostenendo che la prima generazione incredula non era la loro ma quella dei loro genitori, cioè la nostra, la generazione di noi sessantottini, di noi sessantenni. Ma poi un’altra generazione si è aggiunta e siamo a tre: tre generazioni incredule. Un po’ troppe!

In un contesto del genere, diventa necessario, ma estremamente problematico quanto ci chiede il Vescovo a pagina 15 della sua Lettera pastorale, dove cita un passo del Documento base, Il Rinnovamento della catechesi (un passaggio molto probabilmente suggerito o forse addirittura scritto da don Bussi): compito della catechesi è far incontrare e conoscere Gesù Cristo al fine di “educare al suo pensiero, a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e amare come insegna lui”. Quanti sono capaci di fare questo? Quanti sono in grado di avvicinarsi alla parola di Dio ponendosi le domande di p. 14: cosa mi dice questo brano di vangelo? Cosa mi dona? Che cosa mi chiede? Spesso non si sa più cosa vuole dire quel brano!

  1. Il Mistero Cristiano: una guida per la Chiesa oggi.

Ancora più impegnativa la seconda domanda. Ma questo è e sarà il terreno di azione della Chiesa. Prendendo come riferimento la Lettera pastorale del nostro Vescovo, è evidente che nel Cenacolo c’è rimasta poca gente e altrettanto pochi sono in cammino da Gerusalemme a Emmaus. Troppi, usciti dal Cenacolo da anni, sono andati ben oltre Emmaus. Magari, come ha rilevato il prof. Garelli nella sua ricerca, Piccoli atei crescono, conservano un ricordo vago e bello di Gerusalemme, ma non pensano minimamente a tornarvi. È il mondo di chi non considera più la Chiesa né come un nemico da combattere, né come un alleato prezioso, ma come una voce tra le tante, portatrice di una delle tante “verità alternative”, a cui si può anche aderire in certi momenti della vita, ma che poi possono tranquillamente essere abbandonate.

Don Bussi, con il suo Mistero Cristiano ha qualcosa da suggerirci? Senza stucchevoli forzature, credo di sì. Se le sei strutture del mistero cristiano sono altrettanti punti di vista per guardare “dentro” il mistero di Cristo, della Chiesa, di una persona (come ho cercato di fare con don Bussi), essi possono anche essere sei punti di vista per guardare “fuori”, sei strade che la Chiesa in uscita può provare a percorrere.

In estrema sintesi, alcune suggestioni e provocazioni:

  1. La strada del dialogo. Per dialogare con il mondo di fuori bisogna trovare una lingua comune e, al limite ricorrere ai gesti (come facciamo in un paese straniero!). Pensiamo all’enciclica dei gesti che sta scrivendo Papa Francesco, dai gelati e alle coperte per i barboni, ma anche al messaggio gestuale delle nostre Caritas e di tanti gruppi di solidarietà. Poi bisogna ripensare il linguaggio che usiamo abitualmente nelle nostre liturgie e incontri, pena l’incomunicabilità. Ripensiamo alla lezione di don Milani nelle sue Esperienze pastorali.
  2. La strada-Cristo. Il compito della Chiesa è mostrare al mondo l’uomo nuovo che è Gesù. Che ne abbiamo fatto del convegno ecclesiale di Firenze, “In Cristo il nuovo umanesimo”? Per questo, è doveroso esprimere un sincero apprezzamento al nostro Vescovo per la ripresa, insieme al Sinodo diocesano, del Convegno di Firenze, in particolare dei cinque verbi del Convegno come piste di riflessione e di impegno. È la prima volta che leggo di un Vescovo che ha il “coraggio” di fare riferimento al progetto pastorale della Chiesa italiana!!!
  3. La strada della santità. La santità, al pari dei segni, è un linguaggio universale, soprattutto se vissuta nella gioia. Il pensiero corre, ovviamente alla Gaudete et exsultate di Papa Francesco, senza dimenticare la provocazione di uno dei padri dell’ateismo contemporaneo, Nietzsche: “Cristiani, uomini che dite di credere nelle risurrezione, mostratemi la vostra gioia e anch’io crederò”. Ma un santo non è mai solo: fa da polo di attrazione e ha sempre attorno a sé una rete. La santità inoltre, per essere “parlante” deve bandire due pericoli, già segnalati dal Papa nel discorso di Firenze: lo gnosticismo e il pelagianesimo, ossia, in parole povere, la tesi secondo cui fa tutto lo stesso, salvo poi dividere gli uomini in buoni e cattivi e la presunzione di salvarsi da soli.
  4. La strada della comunità. Non possiamo “uscire da soli” in un mondo disgregato ed estraneo. Per evangelizzare bisogna promuovere comunione. La nuova evangelizzazione non può essere opera di “navigatori solitari”, ma di piccole comunità. Ma devono essere comunità reali, non fittizie. Una comunità ha bisogno di leadership: il leader non è necessariamente un prete un diacono o una religiosa, ma può essere anche un laico. Ripartire dalla comunità è un tornare alle origini della chiesa, evocato anche dall’invito del nostro vescovo a formare gruppi di vangelo nelle case. È una proposta ottima, a patto di tenere presente l’analfabetismo di cui sopra: per vivere e pregare il vangelo bisogna capirlo! Servono guide e maestri!
  5. La strada dell’agape. La carità vissuta in comunità può diventare luogo di incontro contro il dramma delle tante solitudini che bloccano l’azione educativa e la speranza. In questo senso la comunità cristiana può ridiventare un polo di attrazione per i lontani. È urgente, in un mondo che fa fatica a trovare senso, lo sforzo per essere almeno un “balsamo per le ferite” (Etty Hillesum), ad esempio in occasione di rosari e funerali, unica occasione per incontrare una parte di quell’80% che se n’è andato. Non basta più recitare il rosario; non è più nemmeno sufficiente leggere un brano della Scrittura: per molti è un testo incomprensibile! Dobbiamo tornare a parlare al cuore della gente, risvegliando echi di speranza.
  6. La strada della speranza. Come essere profeti di speranza oggi in un contesto di mondo liquido? Due mesi fa, ai Lunedì di San Paolo, nella mia relazione “Dieci passi di speranza” ho individuato le dinamiche della speranza possibili oggi, sviluppando, tra l’altro, due similitudini: la potatura – un gesto molto caro a don Bussi – e il salto in lungo. La potatura è l’atto di speranza per eccellenza. Agli occhi del profano può apparire un gesto assurdo: che senso ha tagliare via quasi tutti i tralci della vite, tralci vigorosi, giovani, che hanno da poco dato splendidi frutti, tralci che complessivamente hanno anche 200-250 gemme capaci di fruttificare, lasciando solo un tralcio, con 8-10 gemme? Eppure, come ogni vignaiolo ben sa questa è la condizione che permette alla vite di fare frutti la stagione successiva. La potatura è una ricerca dell’essenziale, perché chi troppo vuole nulla raccoglie. La speranza è incompatibile con il “delirio di onnipotenza”. A volte a potare siamo noi con scelte di sobrietà; ben più dolorose sono le “potature” della vita. Ma senza potature non ci sono frutti! Quanto al salto in lungo, rinvio a quella conferenza, ricordando solo che per saltare in avanti, per fare il balzo della speranza, è necessario trovare un punto solido di battuta per balzare avanti.

Questo mi dà lo spunto per avviarmi alla conclusione: come trovare un appoggio solido, nella società liquida? Gesù, nel vangelo ci dice che è pericoloso costruire sulla sabbia. Diventa però possibile se sotto la sabbia, c’è una roccia, solida e imperitura a cui ancorare la nostra vita. Don Bussi ci ricorda che la roccia c’è: è il legame personale con Cristo, l’abbraccio con lui, la fusione dei cuori, punto di approdo della vita, dello studio, della preghiera.

Noi crediamo che a questo incontro pieno, preparato con l’impegno di una vita, don Bussi è approdato 30 anni fa. Ma crediamo, anche grazie al suo insegnamento, che questo incontro può avvenire ancora oggi per noi, che l’incontro con Cristo – la “res” del Cristianesimo che lui ha sempre cercato – è possibile anche oggi. Questo incontro va cercato, con l’impegno nella storia, con le relazioni vere e profonde, con lo studio, con la preghiera, con la contemplazione, perché solo questo, ancora oggi può dare senso alla vita. Questo ci ha insegnato don Bussi e di questo, ricordando la sua riservatezza e l’allergia ai complimenti, gli diciamo semplicemente grazie.

Battista Galvagno

 

DON BUSSI SUL RAZZISMO da Gazzetta d’Alba del 23 giugno 1938

 

È nuovo il razzismo? La dottrina del razzismo non è nuova poiché nacque dalla decadente e degradante cultura materialistica del secolo scorso; da quella medesima cultura che contemporaneamente al razzismo generava il comunismo di Carlo Marx. E, scrive G. Papini, «l’avventura più buffa e mortificante del razzismo germanico è quella di avere progenitori e apostoli quasi tutti non tedeschi».

Basti, per il momento, ricordare che i suoi due più grandi profeti sono stranieri: il De Gobineau che pubblicò nel 1853 il suo Saggio sulla ineguaglianza delle razze umane è francese; e inglese è il Chamberlain autore della ben nota opera: Le basi del XIX secolo, che vide la luce nel 1897.

Al dottrinale razzistico ereditato dai loro maestri, Rosenberg nel Mito del XX secolo, e Hitler nella Mia battaglia, non aggiungono granché di originale. Gli daranno piuttosto una forma nuova. Rosenberg gli dà forma religiosa, cioè fa del razzismo nientemeno che una nuova religione che deve soppiantare tutte le altre ormai vecchie e decrepite. Religione, ben si comprende, pagana, adoratrice non di Dio creatore del cielo e della terra e nostro Redentore, ma del sangue tedesco!

Il quale sangue è la vera divinità! Hitler gli dà la forma politica e si serve della dottrina della razza come di idea ispiratrice e anima vivificante di tutto il movimento del nazional-socialismo. Accanto a Rosenberg e a Hitler una turba di scienziati e pseudoscienziati, di gazzettieri e ciarlatani, fedelissimi alla legge pecorile del «servo chi mi paga», lavorano appassionatamente per dare al razzismo quella verniciatura scientifica con la quale, in questo nostro mondo adoratore della cultura, è possibile varare qualunque idea, anche la più stravagante e inconsistente.

Come Hitler divenne razzista. Nel Mein Kampf, la bibbia del nazional-socialismo e precisamente nel capo secondo della prima parte intitolato “Anni di studio e di dolore a Vienna” (pagg. 19-70 ed. italiana), Hitler racconta come divenne razzista. «Vienna rappresenta per me il ricordo vivente del tempo più triste della mia vita.

«Ancora oggi questa città risveglia in me soltanto grigi pensieri. Il suo nome solo evoca, per me, cinque anni di miseria e di desolazione. Cinque anni durante i quali dovetti guadagnarmi il pane come operaio avventizio e più tardi come misero pittore: un pane scarso che non bastava mai a sfamarmi. La fame fu in quel tempo la mia fedele compagna che non mi abbandonò mai, che divise con me ogni cosa… La mia esistenza era una lotta continua con questa mia spietata amica. Eppure proprio in questi anni, ho imparato più cose che mai prima di allora. Oltre all’architettura, oltre a qualche serata all’Opera, pagata con un’economia all’osso, la mia unica gioia erano i libri. «Io lessi in quel periodo enormemente, e anche profondamente. Il tempo libero dal lavoro lo passavo studiando.

E in pochi anni raccolsi il capitale di scienza, di cui vivo tuttora. «Ma c’è di più. «In quel tempo si formò in me una visione del mondo e della vita, che è diventata il fondamento granitico della mia attività odierna. Né mi toccò di aggiungere poi gran cosa a quello che avevo accumulato allora, né mai dovetti mutarne anche una briciola». Ma quale è questa visione del mondo e della vita? È il razzismo.

Attraverso l’esperienza e lo studio conobbe a fondo il marxismo, cioè il comunismo di Carlo Marx, che nega le nazioni e le patrie per unire tutti i popoli, tutte le razze del mondo in una grande internazionale allo scopo di instaurare un nuovo ordine sociale ed economico.

Nel marxismo Hitler vede solo la distruzione delle nazioni e non il veleno materialistico. «Carlo Marx», scrive a pag. 51 del vol. 2 della ed. italiana del Mein Kampf, «in realtà fu solo uno tra milioni che, nel pantano di un mondo in putrefazione, riconobbe col sicuro sguardo del profeta i veleni essenziali, e li estrasse, per concentrarsi, come un negromante, in una soluzione destinata ad annientare in fretta l’esistenza indipendente di libere nazioni sulla terra». Ma questo marxismo, essenza avvelenatrice e dissolvitrice di ogni nazione, causa della rovina della grande Germania da chi è generato? da chi è diretto? Un giorno che Hitler si aggirava solo nelle vie del centro di Vienna capitò improvvisamente su un personaggio da lungo kaftan e dai riccioli neri.

È questo il suo famoso incontro con l’ebreo. In quel momento ebbe l’intuizione che poi, dopo lungo meditare e studiare, divenne in lui certezza incrollabile: l’ebreo è la causa del marxismo; il marxismo è lo strumento di cui l’ebreo si serve per distruggere la civiltà europea e specialmente la divina razza tedesca, sorgente prima di tutto quello che c’è di buono, di grande, di umanamente bello nel mondo.

Sentì che la sua missione era quella di lottare per elevare la razza tedesca, per purificarne il sangue, cosciente che elevando la razza tedesca avrebbe cooperato a salvare il mondo intero dalla rovina. Ormai il suo razzismo è nato. Nato, si noti bene, non tanto nel cervello ragionante con freddezza, quanto nel cuore fiammeggiante odio contro la razza ebrea e il suo escremento velenoso che si chiama marxismo.

Marxismo ed ebraismo, pensa Hitler, sono congiurati per livellare le razze degli uomini, per imbastardirle e così distruggere il mondo umano fondato sulla ineguaglianza delle razze. «La dottrina semita del marxismo rifiuta il principio aristocratico della natura, e pone al posto dell’eterno diritto della forza e della potenza il numero col suo morto peso. Essa rinnega nell’uomo il valore della persona, mette in dubbio l’importanza del popolo e della razza, togliendo così all’umanità le premesse della sua conservazione e della sua cultura.

Essa condurrebbe, se posta come fondamento dell’universo, alla fine di ogni ordine umano comprensibile alla ragione. E come il caos sarebbe l’evidente risultato dell’applicazione di una simile legge, così gli uomini di questo mondo procederebbero di già verso il tramonto.

«Se vince l’ebreo, con l’aiuto della sua fede marxista, sui popoli della terra, l’umanità dovrà cingersi la corona mortale; e questo pianeta come già milioni di anni fa percorrerà deserto di uomini le vie celesti». Ma che cosa è questo razzismo? Eccoci alla questione più importante. È estremamente necessario farci delle idee ed entrare su questo punto. Mi sforzerò di raccogliere in alcune proposizioni la parte sostanziale e lo spirito del denso e anche confuso capitolo undicesimo del Men Kampf, integrandola con idee sparse qua e là nella voluminosa opera e nel celebre discorso che il Führer tenne il 3 settembre 1933. In seguito ne riporterò i passi più significativi.

❶ Le razze umane sono per natura assai diverse tra di loro: ci sono razze superiori e razze inferiori. Tra la razza umana che è più in alto e quella che è più in basso c’è più distanza che tra quest’ultima e una scimmia. Per esemplificare: tra un tedesco e un negro dell’Africa c’è più distanza che tra un negro e una scimmia.

❷ Perché nel mondo possa esistere la pace, la felicità, ogni sorta di benessere, in una parola il paradiso, è necessario che le razze umane superiori dominino il mondo; le razze inferiori devono essere schiave e servire. È questa la santa e provvidenziale legge divina (della natura) benché ai deboli possa sembrare inesorabile e inumana.

❸La natura reclama imperiosamente che sia conservata la ineguaglianza fondamentale delle razze e perciò la purezza delle razze superiori. Se una razza superiore si mescola con una inferiore si va contro la legge prima della natura, si commette uno dei peccati più gravi, perché la razza superiore si degrada e si abbassa e tutto il mondo, che in qualche modo da essa dipende, ne scapita. Il mescolamento delle razze superiori con le inferiori è il vero peccato originale dell’umanità.

❹ La razza superiore a tutte le altre è quella ariano-tedesca. Da essa viene tutta la civiltà. Le altre razze o vivono pacificamente della civiltà da essa prodotta, o si affaticano a distruggerla, come per es. gli ebrei.

❺ La superiorità della razza ariano-tedesca non sta nelle sue qualità intellettuali o morali ma nel suo spirito comunitario, spirito per cui il singolo o l’individuo non vive per sé, non cerca i suoi interessi, ma solo quelli della sua razza e della sua nazione.

❻ Tutti quelli che negano l’ineguaglianza delle razze o che, pure riconoscendola, ne vogliono l’affratellamento, negando il dominio assoluto delle superiori sulle inferiori, sono nemici della natura, della civiltà umana, di Dio. Perciò vanno combattuti con tutti i mezzi. Inutile dire che nemici del razzismo sono gli ebrei, i comunisti, i cristiani. S. Agostino che incise nella coscienza del mondo occidentale la dottrina cristiana del Corpus Christi Mysticum, cioè della unione di tutti i popoli in Cristo, è chiamato dai razzisti «mediocre meticcio africano».

❼ Chi lotta e soffre per la purezza delle razze, perché la razza superiore domini sulla inferiore, perché cessi l’obbrobrio e il sacrilegio della mescolanza del sangue puro delle divine razze superiori (in primis la tedesca) col sangue impuro e corrompitore delle razze inferiori, va considerato come salvatore del mondo, come Messia. E per questa volta basta. L’intelligente lettore intanto può fermarsi su questa espressione dello stesso Hitler: «data la granitica stupidità della nostra umanità non c’è da meravigliarsi»… di che cosa? Ci chiediamo noi.

Che qualcuno, tedesco o non tedesco, prenda sul serio tali dottrine. E per finire mi piace richiamare l’attenzione sul fatto, notato da principio, della fratellanza, in sede filosofica, del razzismo col comunismo: sono nati a un parto dal materialismo. Il comunista dice: la storia umana e la civiltà si spiegano col ventre pieno e col ventre vuoto. Il razzista: la storia umana e la civiltà si spiegano col sangue puro e col sangue impuro. Come si vede non si esce dalla materia. Il comunista si appunta sul ventre, il razzista sui lombi. Onde nasce la divertente questione: Chi dei due è superiore? Al lettore che sa le prime nozioni della fisiologia umana la risposta!

don Bussi Natale

 

PER CONOSCERE IL RAZZISMO Da Gazzetta d’Alba del 9 giugno 1938

Parliamo del razzismo. Ne parlano tutti. Fu detto il mito del secolo ventesimo. Per mito qui s’intende religione. Ma veramente il razzismo non è che un nuovo idolo benedicente per gli uni, minaccioso per gli altri, che si innalza accanto al messianismo comunista sul teatro dell’Europa sconvolta e disorientata.

Per parlare di una cosa bisogna conoscerla bene: è questa una regola elementarissima della logica. Anzitutto dunque un cenno di alcuni libri che ci possono ragguagliare sul vasto, ma superficialissimo movimento di idee, che al di là delle Alpi fermentano un popolo a noi in qualche modo intimamente unito.

 

    I – Il libro di Hitler e quello di Rosenberg. Chi vuol conoscere l’idea del fascismo non si deve accontentare di sentimento e di chiacchiere vuote di significato; né deve pretendere di afferrarla attraverso il proprio egoismo soddisfatto o contradetto e soffocato, ma deve leggere senza preconcetti, con mente calma e con cuore tranquillo, il credo dell’italiano nuovo, cioè la Dottrina del Fascismo scritta del Duce.

Così chi vuol parlare di razzismo senza cadere nel sofisma degli ignoranti elenchi, cioè ignoranza di causa, deve anzitutto leggere attentamente La mia battaglia di Hitler. Il libro fu composto dal Führer durante gli anni di prigionia seguiti alla sua condanna del 1° aprile 1924. È un’opera scritta con poco ordine, piena di ripetizioni che finiscono di renderla noiosa, ma è ricca di riflessioni penetranti e di formule incisive.

Hitler descrive la sua vita, il vasto movimento politico da lui suscitato e partendo dalla teoria della razza enuncia le sue idee in fatto di religione, di capitalismo, di democrazia, di Stato, di maggioranze, di sindacati, di minoranze etniche. In una parola la dottrina che il nazionalsocialismo, dopo la sua vittoria, va traducendo in atto. Il libro è tradotto in italiano in due volumi stampati dai Bompiani di Milano. Costano Lire 15 cadauno. Il primo volume di 400 pagine è intitolato La mia vita; mentre il secondo di pagine 430 porta il titolo dell’originale tedesco: La mia battaglia.

Per conoscere l’idea di Hitler sul razzismo è indispensabile la lettura dei capitoli: «Popolo e razza» vol. I pag. 309-357; «Concezione del mondo e partito» vol. II pagine 39-55; «Lo stato» ib. pagine 57-121; «Concezione del mondo e organizzazione» ib. pag. 139-152.

In un articolo che seguirà parlerò più in disteso del libro riportandone i passi più significativi.

Accanto al libro di Hitler la nuova Germania pone l’opera di Alfredo Rosenberg, Il mito del XX secolo. Il grosso volume, più di 700 pagine, come è noto, è condannato dalla Chiesa, ma nell’elenco delle opere raccomandate dal Ministero Prussiano per l’Educazione Nazionale viene subito dopo La mia battaglia del Führer.

Tuttavia l’autore dichiara di voler esporre una visione personale del razzismo, visione da non identificare ad un credo del partito.

Ecco le sue precise parole: «Le idee e le conclusioni esposte in questo libro sono mie affermazioni personali non punti programmatici del movimento politico al quale appartengo. Questo ha il suo grande compito speciale, e, in quanto Organizzazione, deve tenersi lontano dalle discussioni di natura religiosa, politico-ecclesiastica come dall’imporre una determinata filosofia dell’arte o un determinato stile architettonico. Non può perciò essere chiamato responsabile di quanto è contenuto in questo libro». Pref. alla ed. di febbraio 1930.

Quale è l’idea centrale del grosso volume di Rosenberg? Eccola nelle parole stesse dell’autore: «Oggi è desta una nuova fede: il mito del sangue, la credenza che col sangue, vien difesa in genere, anche l’essenza divina dell’uomo. Ed è una fede unita alla più chiara coscienza che il sangue nordico costituisce un mistero il quale ha sostituito e superato gli antichi sacramenti».

Inutile dire che il libro è diffuso a centinaia di migliaia di copie e che è pieno di così strampalate affermazioni antiumane e anticristiane da far dubitare del senso comune di chi lo scrisse. Fortunatamente non è tradotto in italiano.

 

II – Il libro del card. Faulhaber. Alle idee anticristiane del razzismo i cattolici tedeschi hanno opposto una tenace resistenza. Il loro campione, colui che la storia futura esalterà tra le più belle e nobili figure dei pastori del popolo cristiano tedesco, è certamente il cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco in Baviera. Personalità spiccatissima nel campo degli studi religiosi. Nell’Avvento del 1933 pronunciò le sue famose prediche contro le ideologie razziste. La grande chiesa di S. Michele in Monaco non era capace di contenere le persone accorse a sentire la difesa cristiana dall’attacco razzista. Due altre chiese pure gremite furono messe in collegamento per mezzo di altoparlanti con quella di S. Michele.

La vigorosa apologia sviluppata in cinque discorsi è raccolta in un volume tradotto in italiano da Giuseppe Ricciotti della Università di Roma. Bisogna leggere con particolare attenzione l’ultimo discorso che parla di cristianesimo e germanesimo.

Ecco l’indicazione precisa del libro: card. Faulhaber, Giudalismo, cristianesimo, germanesimo. Ed. Morcelliana Brescia, pag. 180, L. 8.

 

    III – Il libro di Bendiscioli. Chi poi desidera una sicura e rapida informazione sul razzismo legga il volumetto di Mario Bendiscioli: Neopaganesimo razzista Morcelliana, Brescia 1937. L. 5. Riporto i titoli dei brevi capitoli.

1° Il programma, 2° I precursori, 3° Gli uomini rappresentativi, 4° Gli organi di propaganda, 5° Le manifestazioni storico-letterarie, 6° La pedagogia razzista, 7° Le applicazioni giuridiche, 8° La reazione della coscienza cristiana presso i protestanti, 9° La difesa cattolica, 10° La Santa Sede e il neopaganesimo.

Rincresce dirlo, ma nella esposizione non c’è quella chiarezza e quella semplicità che è dote richiesta nei libri di volgarizzazione. Ciò nonostante il volumetto, dal punto di vista cattolico, è il migliore lavoro sull’argomento che abbiamo in Italia.

 

IV – Il libro di Evola. Per conoscere il razzismo oggettivamente, cioè senza giudizi di valore, chi scrive queste poche note bibliografiche non conosce libro più completo, più chiaro, più utile dell’opera di I. Evola, Il mito del sangue, Ed. Ulrico Hoepli, Milano. 1937, pag. 273, L. 15.

La semplice elencazione dei capitoli è sufficiente per dare una idea dell’opera. 1) I primordii; 2) La dottrina del Conte de Gobineau; 3) Sviluppi; 4) La dottrina del Chamberian; 5) Il mito dell’eredità; 6) Tripologia razzista; 7) Il mito artico; 8) La concezione razzista della storia; 9) Razzismo e antisemitismo; 10) La concezione razzista del diritto; 11) La nuova legislazione razzista; 12) Il razzismo di Adolfo Hitler.

Il volume è arricchito di 15 tavole fuori testo che contengono fotografie di tipi delle diverse razze europee.

 

    V- Il libro del padre Schmidt. Ma che cos’è la razza di cui il razzismo fa un idolo? Questione difficilissima. Mussolini ha detto: Razza, questo è un sentimento, non una realtà: il 95% è sentimento (vedi Ludwig, Colloqui con Mussolini, 1937 pag. 75). Il padre Guglielmo Schmidt, etnologo di fama mondiale, ha cercato di rispondere alla domanda. La risposta è contenuta in un libro di circa 200 pagine stampato dalla Morcelliana di Brescia qualche mese fa e che porta il titolo Razza e nazione, costa L. 10. L’opera è scritta da uno specialista in materia, perciò originale ma tecnica e difficile. Indispensabile a quelle persone colte che vogliono approfondire sotto la guida di un maestro da tutti riconosciuto tale il non facile problema della razza.

 

    VI – Razzismo… in Italia. Ancora un cenno. In Italia c’è qualcuno che guarda con simpatia l’idolo razzista. Cito un nome solo: il prof. C. Cogni. Il suo libro sul razzismo fu messo all’Indice dalla Chiesa.

E ricordo anche che una nota rivista, Quadrivio, va ripetendo motivi razzisti repellenti alla razza latina. È poi strano il fatto che la rivista venga stampata in Roma, la città che le razze unificava, amalgava, e non selezionava, dai germani ai semiti, dagli slavi ai camiti. Igino Giordani, in un vivace spunto polemico, commentando il fatto, scrive: in fondo, la teoria razzista non deve essere così campata in aria se esistono dei razzisti. Perché bisogna proprio appartenere ad una razza… speciale per inglutire sotto il sole d’Italia certe corbellerie, manipolate in climi di nebbia.

D’altro canto, poiché i razzisti tedeschi professano che la razza latina è una razza inferiore e quasi negroide, coloro che li plagiano, per il fatto che li plagiano, in terra latina vengono ad offrire in sé medesimi delle eloquenti pezze di appoggio: è impossibile infatti essere più “inferiori” di così.

Don Natale Bussi